domenica 24 luglio 2011

La cantina di Marshall McLuhan

Immaginate di possedere una di quelle cantine ricche di prodotti paesani: formaggi, salumi, spezie e vini. Si, sopratutto vini. Il vino McLuhan deve essere uno dei migliori, davvero di quelli che più invecchiano e più diventano pregiati. La banalità della metafora serve a farci entrare nel mood marshalliano poiché è in linea con i voli pindarici che teorizzava il sociologo: da Shakespeare alla TV, da Machiavelli ai poteri del XX secolo, da Dio ai mezzi di comunicazione d'ultima generazione. Insomma leggi McLuhan e credi che quel che abbia detto sia un'assurdità, un'esagerazione. Fai sedimentare il suo pensiero e questo diventa geniale, ma errato, fuori portata. Lo lasci decantare ancora di più e quasi ti sembra essere un discorso scontato, ovvio… perfettamente in linea con la realtà che intendeva spiegare. Questo è McLuhan, sopratutto per chi lo ha conosciuto prima che il web esplodesse, prima che fosse presto in prestito per inquadrare le evoluzioni del social networking all'interno del grande disegno del "villaggio globale". Insomma, prima che il suo immenso apporto diventasse un assist imperdibile per accademici di oggi. Un mio professore di Storia delle Tradizioni Popolari usava rispondere con il pensiero di Marshall McLuhan quando qualche studente chiedeva cosa potesse studiare oggi l'antropologia culturale, al di là delle usanze e dei costumi del passato. L'etnologo rispondeva: "Oggi abbiamo nuovi clan, ed i new media ne creeranno degli altri con tante nuove 'tipologie' di relazioni. Non sono io ad affermarlo, nè un antropologo, ma un sociologo, McLuhan. E ne parlava già 40 anni prima che nascesse il neoetnicismo".

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